La nascita del bambino nel corpo e nella mente

La nascita del bambino nel corpo e nella mente

La mente, intesa come un processo dinamico emergente dalle attività del cervello è potenzialmente sempre esposta a cambiamenti - dalla vita fetale fino alla morte - dal momento che le esperienze interpersonali plasmano e modificano le connessioni neuroanatomiche, le strutture e le funzioni del cervello (Siegel, 2001).

L’esperienza della genitorialità, tanto sul piano fantasmatico quanto su quello concreto, giocata dentro di sé ed espressa concretamente nella relazione e nel corpo, si pone come esperienza capace di incidere e potenzialmente di trasformare il funzionamento mentale di quegli adulti che divengono genitori. E’ un’esperienza che richiede un cambiamento imponente e come ogni cambiamento comporta una perdita, la perdita della situazione precedente, nota e rassicurante. Nove mesi sono il tempo necessario perché nel corpo della donna, all’interno della coppia e nella mente di entrambi i futuri genitori si costruisca lo spazio per il bambino.

In quest’ottica il periodo della gravidanza è stato considerato come un periodo di preparazione psicologica per i futuri genitori, in particolare la madre, all’evento del parto. Durante i nove mesi di gestazione il corpo e la mente si influenzano reciprocamente e si intrecciano in una relazione circolare in cui i  piani si intersecano. 

La gravidanza è l’evento psicosomatico per eccellenza (Imbasciati, Cena, 2007), che mette in luce la circolarità tra processi fisici e psichici: una dimensione psichica come il desiderio di un figlio comporta la disponibilità del corpo a consentire la fecondazione e la gestazione, che a loro volta innescano processi mentali di rielaborazione delle esperienze passate e delle prospettive future. Questi processi mentali hanno una ricaduta sull’andamento della gravidanza e del parto.

Tutto il periodo della gravidanza è stato preso in esame nei suoi possibili significati psicologici, in particolare relativamente alle angosce sperimentate dalla donna.

Da un punto di vista psicologico e psicosomatico la donna è condotta a rivedere l’immagine del suo schema corporeo, a confrontarsi con  il ruolo di madre, a rivalutare il rapporto con la propria madre: viene rivissuto il processo di separazione-individuazione, in una duplice identificazione, con la madre e con il feto. Inoltre questa condizione comporta un grande cambiamento nella vita di coppia, nel rapporto con gli altri, nella vita professionale. In questo periodo spesso nascono intense paure, destinate in gran parte a restano confinate a livello inconscio. All’interno di questa cornice,  gli eventi intrinseci legati a particolari squilibri metabolico-circolatori possono aggravare lo stress associato alla gravidanza e possono quindi contribuire al manifestarsi di alcune complicanze.

Altri fattori psicologici importanti, alla base delle reazioni emotive della donna, fanno riferimento alla struttura di personalità della gestante, alla rete sociale e quindi alla natura del sostegno psicologico garantito dal partner, dal medico e dai familiari, al fatto che si tratti di un evento desiderato  o inatteso, all’età della donna (la gravidanza può arrivare al momento giusto oppure troppo presto o troppo tardi), all’esperienza di gravidanze precedenti, alla paura del dolore del travaglio o a quella che il feto possa sviluppare malformazioni.

Considerando lo stato mentale della madre durante la gravidanza, Pines (1982) distingue quattro stadi con specifiche caratteristiche, che mettono in relazione le fantasie della donna con gli eventi somatici legati all’evolversi della gestazione. 

Il primo stadio corrisponde al concepimento e termina con la percezione dei movimenti fetali. In questo periodo la donna è concentrata su di sé, sulle modificazioni che subisce il suo corpo, come la crescita del seno e della pancia. Questa fase di polarizzazione su di sé è accompagnata da uno stato di “regressione” e “passività”, in concomitanza con le importanti modificazioni ormonali, alla base ad esempio delle alterazioni del ritmo del sonno e della stanchezza. In questo periodo compaiono frequentemente sintomi psicosomatici, come nausea e vomito, espressione dell’atteggiamento conflittuale e ambivalente nei confronti della gravidanza e del feto. Il vomito infatti può rappresentare un tentativo inconscio da parte della donna di liberarsi dell’embrione per tornare alla condizione precedente.

Il secondo stadio è caratterizzato dalla percezione dei movimenti fetali e arriva fino alle ultime fasi della gravidanza. Il feto è percepito in modo sempre più differenziato e viene riconosciuto come un’entità a sé, suscitando nella donna ansie di perdita. Le fantasie consce e inconsce di questa fase della gravidanza sono collegabili alle teorie sessuali costruite nel corso dell’infanzia: il bambino può essere vissuto come oggetto divorante e distruttivo, pericoloso  per  il corpo della madre, oppure come un prodotto fecale da evacuare.

Il terzo stadio è relativo agli ultimi momenti prima del parto. Le ansie di questo periodo riguardano il travaglio e il parto e la salute del bambino al momento della nascita.

Il quarto stadio è quello immediatamente successivo al parto, definito decimo mese da Lebovici (1983). In questa fase avviene la separazione fisica tra il bambino e la madre e finalmente vi è l’incontro con il bambino reale, accompagnato da importanti cambiamenti corporei. 

Le modalità con cui queste fasi vengono affrontate ed elaborate dalla donna incideranno sul suo sviluppo psichico e relazionale nei confronti del bambino.

Si ritrova in Soifer (1971) la suddivisione della gravidanza in stadi, a cui l’Autrice associa una specifica sintomatologia fisica e la comparsa di fantasie e vissuti di angoscia, individuando sette momenti significativi:

Nella fase iniziale della gestazione

All’inizio della gravidanza è comune l’ipersomnia, fenomeno regressivo, che favorisce l’identificazione col feto. La funzione dell’aumento di sonno è anche biologica e difensiva: garantisce all’organismo un maggiore di riposo, indispensabile in previsione dello sforzo fisico che la gravidanza comporta. Nel primo mese inoltre  vi è l’ansia legata all’incertezza sull’avvenuto concepimento. Fino al terzo mese, in ogni gravidanza, è alto il rischio di aborto ed esso viene messo in relazione alla paura che l’embrione non si sia annidato in modo consono nel ventre materno, che  può essere vissuta in modo persecutorio.

Nel secondo e terzo mese  (in corrispondenza della formazione della placenta)

Nausea e vomito che possono comparire dal secondo mese possono essere espressione del conflitto tra rifiuto e accettazione della gravidanza, tra desiderio e paura di aspettare un bambino La fase della formazione della placenta è importante e delicata poiché una “cattiva placentazione” può determinare lo sviluppo di una gestosi. L’ipertensione di questo periodo, caratterizzata dall’ambivalenza, può essere associata alla negazione dei propri sentimenti di aggressività.

Intorno ai tre mesi e mezzo

A partire dal terzo mese e mezzo di gestazione è possibile la percezione dei movimenti fetali; in realtà in molti casi i movimenti del feto vengono percepiti solo a partire dal quinto mese, se non addirittura dopo. Un eccessivo ritardo nella percezione di tali movimenti va attribuito al meccanismo della negazione, difesa presente nelle donne in cui l’intensità dell’angoscia è tale da far tardare il più possibile la presa di contatto con la realtà della vita che hanno in grembo.

L’angoscia a questo punto della gestazione può assumere forme diverse: paura del figlio vissuto come un estraneo che non si riesce ad immaginare; paura della responsabilità a cui si va incontro, che cresce di pari passo con le dimensioni della pancia; paura di generare un bambino deforme, non sempre mitigata dalla presenza delle nuove tecnologie che permettono di rilevare eventuali anomalie e che si può manifestare sotto forma del timore di non essere in grado di generare un bambino sano o di non essere in grado di accudirlo al meglio.

Nel quinto mese

E’ il momento in cui sono evidenti i movimenti fetali che consentono di percepire chiaramente la presenza del bambino. Si rafforza la creazione del bambino immaginario e compaiono sogni di parto. Mentre fino al quinto mese la mamma e il bambino non sono distinguibili, nel momento in cui inizia la percezione dei movimenti del feto, che può delinearsi come alterità con cui entrare in rapporto, finisce la fusione e comincia la relazione.

Nel settimo mese

Dopo i sei mesi e mezzo si verifica il rivolgimento interno del feto. La nuova posizione e l’abbassamento del bambino sono funzionali alla separazione dalla madre che avverrà con il parto.  Aumentano il peso della pancia e la stanchezza e possono essere presenti paure di svuotamento e di perdita, accompagnati dal timore di una nascita pretermine. Diminuisce l’attività sessuale, poiché alla paura di nuocere al bambino già presente nei mesi precedenti, si sommano fattori fisici che rendono difficoltoso il rapporto. In realtà l’attività sessuale è benefica in tutto il periodo della gravidanza, dal momento che può allentare l’angoscia e sostenere l’unione e il legame della coppia.

In questa fase in cui le angosce, soprattutto di separazione, sono acute, la donna ha necessità di comprensione e supporto, dal partner e dall’ambiente familiare e relazionale. In particolare Daniel Stern (1995) individua nella presenza di un compagno comprensivo e rassicurante, che aiuti la gestante a recuperare il "senso della realtà", la figura più importante su cui si concentrano le aspettative della donna. 

L’abbassamento del bambino, che preannuncia la separazione fisica, favorisce il processo di separazione psicologica. Questo consente l’attaccamento prenatale, che pare abbia origine proprio a quest’epoca della gestazione, nella quale la madre diviene davvero capace d’instaurare una relazione d’amore e d’attaccamento col bambino. Cranley  (1981)  definì per la prima volta l’attaccamento materno-fetale come «la misura in cui la donna manifesta comportamenti che rappresentano interazione e coinvolgimento affettivo verso il bambino che attende».

All’inizio del nono mese

Nel periodo finale della gestazione si riattiva  la preoccupazione del parto e di tutto ciò che esso implica ma la paura è bilanciata dal desiderio che l’evento della nascita si verifichi. 

A volte viene messa in atto una difesa estrema contro l’angoscia che si traduce in un parto anticipato, un agito che sottrae  all’attesa e alle paure attraverso il  meccanismo di evacuazione ed espulsione, spostato sul parto. 

Nei giorni che precedono il parto

In questi giorni accade che la donna non avverta i movimenti del bambino, a volte per un giorno intero, il che acutizza l’angoscia e alimenta le paure per l’incolumità del bambino. In realtà il bambino si muove effettivamente di meno, perché la sua crescita ha ridotto lo spazio in cui si trova. Un modo per attenuare l’angoscia in questa fase è il cosiddetto “falso allarme”: si scambiano le contrazioni avvertite per quelle che preannunciano il parto. L’effetto benefico di tutto ciò è che consente di scaricare l’angoscia e rappresenta una “prova generale”.

Gli ultimi momenti della gravidanza e il parto sono universalmente riconosciuti come i momenti più critici.

A proposito delle ansie riguardanti il parto, che si manifestano con maggior intensità negli ultimi mesi della gravidanza, Breen (1992) sottolinea come le angosce di separazione legate al parto e controbilanciate dalla curiosità e dall’entusiasmo di incontrare il proprio figlio sono così importanti da poter influenzare la durata del travaglio. La nascita di un bambino sano è fonte di rassicurazione e gioia, ma nello stesso tempo emergono tre “sensazioni di perdita”: quella della condizione di pienezza, innescata dalla gravidanza, in quanto il parto è vissuto come il termine di un’esperienza; la perdita del “bambino interno”, poiché partorire significa separarsi da un compagno che è rimasto costante per nove mesi; la perdita del “bambino fantasticato” e del proprio sé nel ruolo materno idealizzato, poiché il bambino reale può non avere tutte le caratteristiche attese e la madre stessa può scoprire che non ha tutte le capacità per accudirlo. Secondo l’Autrice, quest’ultima perdita è quella tra le più difficili da elaborare, in quanto possibile causa di delusioni e di tristezze dopo il parto.

Con l’esperienza del parto la donna può avere conferma del buon funzionamento del proprio corpo e della sua capacità di procreare, ma può anche trovare conferma alle fantasie di fallimento e di inadeguatezza, presenti anche in gravidanza. Spesso le paure e le fantasie della gravidanza non si attenuano dopo la nascita, nonostante la  donna possa verificare  che il bambino è sano. Nelle settimane successive al parto possono persistere ansie sullo stato di salute del bambino, ad indicare che le fantasie, passate e presenti, si impongono sulla realtà.

Vi sono ricerche che evidenziano come il taglio cesareo possa incrementare i vissuti d’ansia e di depressione nel post-partum, ostacolando l’avvio dell’interazione con il bambino e l’instaurarsi di un buon attaccamento (Klaus e Kennel, 1976). Anche l’anestesia peridurale può lasciare lo strascico  di una mancata realizzazione del parto e vissuti di distacco emotivo. La stessa cosa può accadere quando il travaglio ed il parto vengono indotti prima del termine (Fava, 2000).

In generale, un parto diverso da quello immaginato e desiderato è, frequentemente, causa di dolore psichico che deve essere affrontato ed elaborato per non compromettere i livelli di autostima necessari ad un’adeguata relazione madre-bambino. 

La coppia madre-bambino, dopo il parto, ha bisogno di un ambiente affettivo capace di contenere e favorire il loro incontro e  riconoscimento. Un ambiente al contrario ansiogeno e incapace di sostegno può disturbare la delicata relazione che sta nascendo tra madre e bambino e acuire lo stato depressivo post-partum, ostacolando la capacità materna di contenimento. (Fava, 2000).

La maternità è prima di tutto uno stato psichico che necessita di ascolto e comprensione; essa è fatta di sociale e di privato, di intimità e condivisione, di silenzio e di annuncio (Marinopoulos, 2005), intensamente permeata di desiderio e di paura del desiderio, di conosciuto e non conosciuto a dispetto di ogni tecnologia e sapere scientifico.

 

Bibliografia

Breen, D. (1992). Fantasia e realtà in gravidanza nel periodo postnatale. In: Ammaniti, M.(a cura di). La gravidanza tra fantasia e realtà. Il Pensiero Scientifico, Roma.

Cena L, Imbasciati A., Baldoni F.  (2012). Prendersi cura dei bambini e dei loro genitori. La ricerca clinica per l’intervento. Springer Verlag.

Cranley  M.  (1981):  Development  of  a  tool  for  the  measurement  of  maternal  attachment during pregnancy. Nursing Research, 30, pp. 281-284.

Fava, G.A., Rafanelli, C.: Recurrent depression and stressful life events (Letter to the Editor - Reply).  Archives of General Psychiatry (U.S.A.) 57: 617-618, 2000.

Imbasciati A., Dabrassi F., Cena L. (2007). Psicologia clinica perinatale. Vademecum per tutti gli addetti alla nascita (genitori inclusi). Piccin, Padova.

Klaus, M. H., & Kennell, J. H. (1976). Parent-to-infant attachment, 115-121.

Lebovici S. (1983) Le nourisson, la  mère et le psychanalyste. Les interactions précoces. Paris:  Le Centurion.

Marinopoulos S. (2005): Nell’intimo delle madri. Luci e ombre sulla maternità. Milano: Feltrinelli, 2006.

Pines, D. (1982). The relevance of early psychic development in pregnancy and abortion. International Journal of Psychoanalysis, 63, 311-320.

Siegel D. (2001). La mente relazionale. Neurobiologia dell’esperienza interpersonale. Milano: Raffaello Cortina.

Soifer R. (1971). Psicodinamica della gravidanza, parto e puerperio. Roma: Borla.

Stern D. (1995). La costellazione materna. Il trattamento psicoterapeutico della coppia madre-bambino. Torino: Bollati Boringhieri.