Il Codice Deontologico degli Psicologi: Articolo 3

Un codice deontologico è lo strumento scritto e reso pubblico che stabilisce e definisce le regole di condotta che concretamente devono essere rispettate nell’esercizio di un’ attività professionale. E’ l’etica applicata alla professione. E l’etica (da ethos: costume, comportamento) è quella parte della filosofia che si occupa del problema morale, cioè del comportamento dell’uomo in relazione ai mezzi, ai fini e ai moventi.

Il codice deontologico degli psicologi, entrato in vigore il 16/02/1998, trasforma le regole deontologiche in norme giuridiche, la cui violazione comporta sanzioni, ma non va visto solo in un’ottica disciplinare o come un elenco di proibizioni, anzi è prima di tutto la carta d’identità dello psicologo.

In qualità di guida che orienta e rassicura, con due scopi chiari, riconoscersi e farsi riconoscere, il codice deontologico crea una coscienza collettiva tra i professionisti appartenenti all’ordine ed ha anche la funzione sociale di rinforzare l’immagine pubblica dello psicologo.

Nell’elaborazione del codice deontologico degli psicologi sono state individuate quattro finalità ispiratrici:

  • La tutela del cliente (regole di correttezza professionale)
  • La tutela del professionista nei confronti dei colleghi (regole di solidarietà e colleganza)
  • La tutela del gruppo professionale (regole di decoro, dignità e autonomia)
  • La responsabilità nei confronti della società (regole sul dovere di utilizzare le conoscenze sul comportamento umano per promuovere il benessere psicologico dell’individuo, del gruppo e della comunità).

Su quest’ultimo punto in particolare si pronuncia l’articolo 3 del Codice Deontologico: “Lo psicologo considera suo dovere accrescere le conoscenze sul comportamento umano ed utilizzarle per promuovere il benessere psicologico dell’individuo, del gruppo e della comunità. In ogni ambito professionale opera per migliorare la capacità delle persone di comprendere se stessi e gli altri e di comportarsi in maniera consapevole, congrua ed efficace. Lo psicologo è consapevole della responsabilità sociale derivante dal fatto che, nell'esercizio professionale, può intervenire significativamente nella vita degli altri; pertanto deve prestare particolare attenzione ai 2 fattori personali, sociali, organizzativi, finanziari e politici, al fine di evitare l’uso non appropriato della sua influenza, e non utilizza indebitamente la fiducia e le eventuali situazioni di dipendenza dei committenti e degli utenti destinatari della sua prestazione professionale. Lo psicologo è responsabile dei propri atti professionali e delle loro prevedibili dirette conseguenze”.

Sembra inoltre che questo articolo racchiuda i quattro imperativi guida che devono ispirare la condotta professionale.

Innanzi tutto meritare la fiducia di colui che chiede aiuto. Questo è possibile se la professione viene intesa come servizio.

In secondo luogo possedere una competenza adeguata a rispondere alla domanda di chi lo interpella: il percorso di formazione di uno psicologo nasce dal desiderio di accrescere la propria conoscenza sul comportamento umano, ma questa è comunque limitata ed è fondamentale avere consapevolezza dei propri limiti per poter accogliere solo le richieste per cui si è e ci si sente preparati.

Ancora, usare con giustizia il proprio potere: le conoscenze che appartengono allo psicologo lo pongono in una posizione di superiorità rispetto alla persona che ricorre a lui. Si tratta di un’asimmetricità che va gestita dal professionista con giustizia, senza averne benefici, ma utilizzandola per il raggiungimento del benessere del cliente (facilitare, accompagnare, sollecitare il cambiamento).

E infine difendere l’autonomia professionale nei confronti della pretesa di altre figure: solo lo psicologo può scegliere in coscienza strumenti e metodi con i quali intervenire a vantaggio del paziente.

E’ mia convinzione che la promozione del benessere, quale intento dello psicologo, nasca da una forte motivazione personale. Il primo aiuto il futuro psicologo lo cerca per se stesso, è per se stesso che cerca di comprendere, che si appassiona allo studio delle dinamiche intrapsichiche e da ciò può sentirsi motivato a mettere al servizio di altri il proprio sapere, le proprie competenze sul piano della conoscenza e delle relazioni. Da sé all’altro, agli altri e alla comunità. Farsi testimone dei benefici che derivano dalla consapevolezza emotivamente intelligente che conduce ad avere cura del proprio benessere, non solo fisico ma anche psichico, fa dello psicologo il promotore del benessere all’interno dell’intera comunità. Ciò conduce direttamente alla responsabilità sociale dello psicologo che interviene nella vita delle persone in maniera significativa perché, indipendentemente dall’approccio scelto, diventa un incontro importante, si offre come compagno di viaggio autorevole nel ripercorrere la storia di una vita che aspira forse ad un cambiamento, certamente ad un maggior benessere. Spesso le aspettative di chi si decide a rivolgersi allo psicologo sono molto alte a fronte di disagi e fragilità che rendono la relazione asimmetrica sul 3 piano delle conoscenze e degli strumenti, non certo sul piano umano. Non va mai dimenticato che il miglior esperto della propria vita è il paziente stesso e non certo lo psicologo. D’altra parte lo psicologo possiede la conoscenza dei “fatti” psicologici ed ha acquisito tecniche e strumenti di indagine e di intervento sui sintomi o disagi, che lo rendono esperto. L’articolo 3 precisa e chiarisce come di questa posizione di “superiorità” lo psicologo non possa approfittare per trarne beneficio personale. L’articolo specifica l’attenzione dovuta ai fattori personali, sociali, organizzativi, finanziari e politici: in nessuno di questi campi lo psicologo può permettere che l’influenza esercitata sull’altro sia utilizzata per ricavarne benefici che non siano quelli della persona che si ripromette di aiutare. In assenza di questo come potrebbe lo psicologo muoversi nella relazione con la trasparenza necessaria alla costruzione dell’alleanza terapeutica?

Credo che la professione, così complessa e impegnativa, possa trovare ricompensa nella relazione con chi si accetta di aiutare, che per essere gratificante oltre che delicata e difficile non può che basarsi sull’autenticità e l’onestà di un professionista che dovrebbe avere chiari i propri limiti come le proprie risorse. Ciò non significa che non sia possibile commettere errori, ma la consapevolezza costante di fini, mezzi e moventi che lo animano, può consentire di recuperarli e forse rafforzare la relazione.

Ma mi sembra che l’essenza dell’articolo suddetto sia rappresentata dal ruolo ”sociale” dello psicologo, che avendo cura e promuovendo il benessere degli individui, a partire dalla propria resilienza personale, sollecita e facilità il benessere dell’intera comunità. Questa considerazione mi riporta alla mente la breve storia autobiografica con cui Daniel Goleman introduce il suo libro: ”Intelligenza Emotiva”.

“A New York quel pomeriggio d’agosto l’umidità era insopportabile; era la classica giornata in cui il disagio fisico rende la gente ostile. Tornando in albergo salii su un autobus in Madison Avenue e fui colto di sorpresa dall’autista, un uomo nero di mezza età con un sorriso entusiasta stampato sul volto, che mi diede immediatamente il suo benvenuto a bordo con un cordiale: “Ciao, come va?”: un saluto che rivolgeva a tutti quelli che salivano, mentre l’autobus scivolava nel denso traffico del centro. Ogni passeggero restava stupito, proprio come lo ero stato io, e pochi furono quelli che ricambiarono il saluto, chiusi com’erano nell’umor nero della giornata. Ma mentre l’autobus procedeva lentamente nell’ingorgo, si verificò una lenta trasformazione – una sorta di incantesimo. L’autista si esibì per noi in un monologo, un vivace commento sullo scenario intorno a noi – c’erano dei saldi fantastici in quel magazzino e una splendida mostra in quel museo… avevamo sentito di quel nuovo film al cinema in fondo all’isolato? L’uomo era deliziato dalle molteplici possibilità offerte dalla città, e il suo piacere era contagioso. Al momento di scendere dall’autobus, tutti si erano ormai scrollati di dosso il guscio di umor nero con il quale 4 erano saliti, e quando l’autista gridava loro “Arrivederci, buona giornata!” rispondevano tutti con un sorriso”.

Mi è sempre sembrato, dalla prima lettura del libro di Goleman, molti anni fa, che quell’autista, che l’Autore definisce “pacificatore metropolitano”, fosse una bella metafora dello psicologo: la condivisione di un tratto di strada, con condizioni atmosferiche avverse; la professione di servizio pubblico; la responsabilità dell’essere alla guida; l’accoglienza calorosa e il caldo saluto alla fine della corsa; la capacità di posare lo sguardo sulle opportunità benefiche offerte dall’ambiente, altrimenti ignorate, e nessun vantaggio personale se non il meritato stipendio e il sorriso di ogni passeggero arrivato alla sua fermata.

Bibliografia

Il Codice deontologico degli psicologi, commentato articolo per articolo (2012), Eugenio Calvi e Guglielmo Gullotta, ed. Giuffrè Editore.

Intelligenza Emotiva (1999), Daniel Goleman, ed. BUR.